anime, manga

Manga oggi e ieri

da wikimedia commons

Una breve premessa

Non sono un grande appassionato di manga e anime, parlando di fumetti ciò che apprezzo di più sono i fumetti europei e sudamericani, in ogni caso è impossibile per chi è nato dagli anni settanta in poi (Goldrake è stato trasmesso in Italia dal 1978) ignorare i cartoni animati giapponesi. Come per tutte le correnti artistiche ci sono alcune opere che vale la pena conoscere e tante altre opere minori che posso incontrare i gusti di chi è appassionato di queste correnti. I termini anime e manga si riferiscono rispettivamente ai cartoni animati e ai fumetti giapponesi, al di là di quello che alcun puristi possono dire questi termini non escludono gli altri, quindi in questo post userò entrambi.

Manga di oggi e di ieri

Non sono un esperto di storia degli anime e dei manga ma credo che più o meno negli anni novanta ci sia stato un cambiamento nella creazione di queste opere, non si parla di una cesura netta ma di una graduale trasformazione che portò l’industria e l’editoria giapponese a sacrificare il valore artistico della produzione in favore di un più remunerativo fanservice. Non a caso il World Masterpiece Theater trova la sua momentanea conclusione nel 1997 dopo comunque una graduale perdita di qualità delle sue opere. In generale i cartoni che eravamo abituati a guardare una volta principalmente prendevano spunto da grandi opere della letteratura occidentale (come nel caso di Heidi) oppure parlavano di sport e della dedizione e dello spirito di abnegazione con cui i protagonisti vi si dedicavano. Più avanti le grandi storie occidentali diverranno sempre più rarefatte e realizzate pessimamente e gli sport saranno sostituiti da competizioni in verranno usati oggetti replicati remunerativamente nel merchandising. Fare esempi è facile: Tommy, la stella dei Giants è del 1966 Mimì e la nazionale della pallavolo del 1969, Holly e Benji  del 1981, più tardi troviamo le Mini 4WD (di cui ho difficoltà a trovare riscontri in rete) cartone degli anni ottanta finalizzato al commercio di macchinine (non radiocomandate),  I Cavalieri dello zodiaco del 1985 che ha avuto un enorme successo a cui era legato un commercio di pupazzetti (piuttosto intelligente a pensarci, un adulto non avrebbe disdegnato regalare il proprio segno zodiacale ad un bambino per il compleanno), Beyblade vendeva trottole nel 1999 ecc. Chiaramente quando l’opera è di grande successo si diventa schiavi dei soldi che girano su questa sacrificando la produzione artistica, tralasciando gli altri due esempi il cui scopo già inizialmente era solamente quello di vendere qualcosa, I Cavalieri dello zodiaco diventano schiavi dello schema delle dodici case riproponendolo in tutte le salse, non a caso la prima parte è più libera è più interessante, poi quando si giunge alla saga di Nettuno o al filler di Asgard tutto sa già di troppo visto e personaggi e situazioni sono cloni delle precenti (il tizio che suona uno strumento, Sirio che si acceca ecc.). Per ragioni affettive mi è capitato nel corso degli anni di leggere una discreta quantità di manga (tra cui una diversa quantità di shojo – fumetti per ragazze), in alcuni di questi comparivano classifiche (giapponesi) dei personaggi più popolari, è probabile che se queste vengono fatte, personaggi a cui maggiormente il pubblico si affeziona difficilmente verrano sacrificati anche se un’esigenza artistica imporrebbe il contrario; in più tali personaggi, per via anche del target giovanile (parlo dei manga che ho letto io) a cui sono rivolti, sono spesso banali e triti, fotocopie di altri in altre serie. Alcuni manga che ho letto, ad esempio Le situazioni di Lui e Lei, che va detto però che è un’opera prima, non propone vere situazioni problematiche: ogni fraintendimento, ogni situazione che poteva aggiungere un po’ di pathos si risolve dopo poche pagine. Da un punto di vista grafico i manga sono diventati schiavi dei loro stessi stilemi, i personaggi vanno sempre fatti in un certo modo e tendono a perdere ogni riferimento realistico, leggere un shojo manga vorrà dire vedere solo uomini effeminati con il tronco triangolare e con l’addome a forma di tubo, le facce si potranno grossomodo distinguere tra maschio e femmina i cui unici tratti distintivi saranno solo i capelli, talvolta si avrà pure qualche difficoltà visto che può capitare che i personaggi si taglino i capelli per evidenziare un cambiamento interiore. Ovviamente questo è un discorso generale e qualche fumetto o cartone bello c’è pure ma va detto che la tendenza odierna è questa.

Le storie di ieri invece erano più slegate ad un fattore commerciale, mi spiego meglio: è vero che questi prodotti sono sempre stati fatti per essere venduti ma l’artista era più libero di esprimersi ed era meno dipendente da ciò che voleva il pubblico, il che era un bene. Si prenda ad esempio Heidi (comunque non un opera originale), in quest’opera la signorina Rottenmeier non si può vedere ma eliminandola solo perché impopolare farebbe perdere valore all’anime. In secondo luogo le storie avevano sì dei target ma erano fruibili da tutti, diversi adulti trovavano godibili cartoni visti dai bambini (almeno quelli tratti da opere occidentali). Allo stesso modo i disegni riflettevano questa libertà artistica che avevano gli autori. Non ancora schiava di stilemi così chiusi e autoreferenziali la grafica poteva sfociare in una grande varietà di soluzioni, L’Uomo Tigre ha dei disegni che visti adesso non sembrano nemmeno giapponesi e l’anime relativo fa uso di tratti la cui sensibilità e sintesi non trovano riscontro nella ricerca della pulizia grafica di tutti i cartoni successivi, il manga Nausicaä della Valle del Vento  di Miyazaki ha un disegno (e una storia) molto vicino ai fumetti di fantascienza occidentali degli anni settanta (Arzach di Moebius ad esempio), Akira di Otomo rispetta invece una pulizia del tratto tipicamente giapponese ma con una notevole sapienza e sensibilità nell’assegnare lo spessore alle linee usate, in più le facce sono molto orientali sebbene mantengano i tipici occhioni. Inoltre vorrei ricordare che opere con disegni kawaii (in italiano potremmo tradurlo con carineria o “pucciosità”) sono sempre esistiti ma non soffrivano di una banalizzazione come oggi. C’è da dire comunque che col tempo non rimangono più le cose brutte e che le cose che sono arrivate fino a noi dall’oriente è probabile siano solo le opere di successo e che ci siamo risparmiati grandi ciofeche che avranno pure venduto all’epoca. Ma il fatto che la libertà fosse maggiore e che si potesse esplorare più facilmente nuove soluzioni, quello è innegabile.

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