anime

Commento a DEATH NOTE

Il Death Note di cui andrò a parlare sarà l’anime tratto dal manga giapponese, non avendo avuto la possibilità di leggere il fumetto non posso esprimermi sulla qualità dello stesso. La storia è piuttosto lunga e rimando ad altri siti o alla visione delle stessa serie per scoprirla. La serie, seppur pensata per un pubblico maschile giovane, ha un’assenza quasi totale di scene di azione in favore di una sfida di cervelli piuttosto godibile, ci vuole comunque una grande sospensione di credulità in quanto trame, mosse e contromosse del protagonista con i relativi antagonisti spesso sfiorano il ridicolo. La storia è quindi una sorta di poliziesco, un gioco enigmistico in cui l’amore per le regole giapponese viene fuori, tutto deve essere spiegato, come funziona il death note, cosa succede in improbabili situazioni che non avverranno mai nella storia, (cosa del tutto assente nella narritiva occidentale, qualcuno ha idea degli esatti poteri degli anelli di Tolkien?) eppure queste stesse regole sono usate minimamente il death note viene fondamentalmente usato per uccidere carcerati e poco per controllare le azioni altrui.

I colori cupi, la cattiveria del protagonista e la sua infantilità sono dei punti di forza, tuttavia ad un certo punto viene introdotto un elemento femminile e la serie comincia a perdere colpi, sebbene un cambiamento di rotta era auspicabile a quel punto poiché la storia stava diventando stanca, la deriva comica e un sostanziale cambio di genere fanno solo chiedere: perché? cui prodest? Un successivo ritorno a un tono cupo non può che essere quindi ben accetto. Verso l’ultimo terzo di storia tutto comincia a sembrare già visto ma con un buon finale che mette pace a tutti gli interrogativi lasciati aperti il tutto si conclude in modo soddisfaciente.

Oltre a ciò una buona resa grafica dei demoni (i giapponesi in quello non sbagliano mai), una morte onnipresente soprattutto all’inizio della storia, con personaggi ben caratterizzati eliminati abbastanza facilmente e l’idea del sacrificio della vita per avere l’occhio sono dei valori aggiunti che dimostrano che l’autore non aveva alcun problema a rischiare, questa stessa caparbietà la si trova anche nel cambiamento di rotta a metà storia, anche se questa volta con un pessimo esito. Inoltre una piacevole sigla conclude il quadro.

Il protagonista è sicuramente particolare: cattivo e sadico perde di importanza con l’arrivo di Elle fino al momento in cui il ruolo di protagonista è fumoso e si divide tra i due avversari, in più di una occasione si fa tifo per il detective più bravo del mondo (una delle cose più stupide mai sentite, cosa fanno le classifiche dei detective?). Light insomma è una sorta di American Psycho o Ludwig che tuttavia alla perdita del quaderno si trasforma in una sorta di angioletto, in una poco chiara trasformazione. Viene sottolineata l’infantilità del protagonista e di Elle, ciò giustifica in parte l’uso del quaderno in quel modo e trasuda di onestà con il fruitore dell’opera. Tuttavia il personaggio femminile è completamente stupido, non ha carattere e vive la sua vita come uno strumento nelle mani dell’altro non esita ad accorciarsi la vita due volte per la sua stupidità, chiaramente a un certo punto non si sa cosa fare di lei e vive quindi ai margini della storia, incompiuta e senza spina dorsale.

La mia puntata preferita è la settima che all’interno ha una sfida intellettuale, grande tensione e viene fuori tutto il sadismo del protagonista (a mio parere la visione più onesta dello stesso).

In conclusione un anime che vale la pena vedere, forse un po’ più lungo di quello che doveva veramente essere e che non riesce a sfruttare al cento per cento tutte le sue potenzialità ma sicuramente originale e abbastanza godibile. Una buona abilità di narrazione, più di una volta crea una forte tensione, riesce a far completare agevolmente la visione.

 

Annunci
Standard
cartoni, film d'animazione digitale

Frozen – perché è così bello

Le due protagoniste del film.

Frozen – Il regno di ghiaccio è il cinquantatreesimo classico della Disney, è un film animato al computer liberamente tratto (molto liberamente) dalla fiaba di Andersen La regina delle nevi. La storia tratta di due sorelle, l’una principessa e l’altra regina, di cui una è dotata del potere magico di ghiacciare tutte le cose, una sorta di tocco di re Mida ma più controllabile e altrettanto inutile. Quando questa sorella, la regina, sarà costretta a fuggire additata come mostro l’altra partirà alla sua ricerca per portarla a casa, nel frattempo il regno vivrà un inverno estivo e la principessa rischierà di morire congelata e potrà essere salvata solo dal vero amore. Raccontata in soldoni la trama non ha nulla di innovativo rispetto a qualsiasi altro film della Disney e all’inizio pare proprio così, classica storia d’amore a prima vista, una grande quantità di canzoni (ne ho contate cinque nei primi venti minuti ma in totale sono trentadue), genitori che muoiono in un viaggio in nave ecc. Andando più avanti le cose cominciano a farsi un po’ più interessanti, appare chiaro che il vero amore non era quello a prima vista e che il ragazzo povero ma buono è l’unico che alla fine meriterà di sposare la principessa. Prendendo questo per buono, durante il film, viene da chiedersi come un ragazzo così bello e sincero come il nobile che corteggiava la principessa possa essere messo da parte, a rincarare la dose il nobile parte in soccorso della principessa rivelando la sua bontà d’animo. Finchè, colpo di scena, si rivelerà essere malvagio, cosa stranissima in quanto i malvagi dei film Disney sono “strillati” già dall’aspetto dall’inizio del film. Ma la Disney non si ferma e va oltre, il vero amore che salverà la principessa sarà quello tra le due sorelle non quello tra uomo e donna, d’altra parte viene anche palesato che è la fame di amore della principessa ad averla ingannata, come potrebbe quindi essere sicura che il suo primo amore sia quello definitivo? Non ci sono nozze a coronare la storia ed è meglio così, la ragazza è quindi protagonista della storia e non trova la sua ragione d’essere solo in quanto compagna di un uomo. Superfluo parlare della realizzazione grafica, della resa della neve, della scenografia, del pupazzo di neve che fa da spalla ecc. sono come al solito di grande qualità. Una menzione speciale per la renna che non è un animale parlante ma “parla” lo stesso. Ottimo.

Standard
I Simpson

I Simpson S25 Ep11 – Specs and the City

foto di Tedeytan
I Google Glass, i protagonisti di questo episodio

Puntata incentrata sulla nuova tecnologia dei Google Glass, una versione Simpson di questi occhiali viene regalato a ogni dipendente della centrale nucleare e attraverso una serie di casualità Homer viene a scoprire che Marge è in terapia da uno psicologo ma realizzato che è una cosa di cui ha realmente bisogno deciderà di tenersi questo segreto per lui. A contrastare questa apologia dell’ipocrisia coniugale c’è Bart che decide di affrontare il bullo Nelson per una questione di poco sensata sui biglietti di San Valentino. Alcune recensioni hanno parlato malissimo di questo episodio, io lo considero molto fiacco e ben lontano dagli standard di due episodi fa. Battute piuttosto trite, si veda il signor Burns che crede che Homer sia lui stesso, espedienti già visti come l’intromissione nella privacy degli abitanti della città ne fanno uno spettacolo sostanzialmente inutile, non una catastrofe ma abbastanza brutto. Insufficiente.

Standard
anime, cartoni, film, film d'animazione digitale

L’universo di Matrix

fotografia di Georges Biard
Monica Bellucci che nella saga interpreta Persephone

Ci sono molte persone che dopo aver apprezzato il primo Matrix hanno giudicato di scarso valore i capitoli successivi delle saga. Come è normale dopo un inizio col botto ulteriori sviluppi non manterranno quell’originalità del primo capitolo e nel confronto ci perderanno, tuttavia Matrix Reloaded non è una copia del primo e porta ancora forti elementi di innovazione. Viene vista Zion, l’unica città vera città umana la cui unica qualità è quella di essere una città reale e in cui gli abitanti vivono una vita misera paragonata a quella dentro Matrix, la rappresentazione di una cultura new age è comunque piuttosto originale rispetto alle solite ultime vestigia di civiltà composte da pezzenti vestiti di stracci dei futuri post-apocalittici che si vedevano nei film degli anni ottanta e novanta. Viene dunque suggerito che la lotta tra umani e macchine in realtà non si potrà mai concludere con l’annichilimento di una delle due parti in quanto ormai il loro rapporto è simbiotico. Oltre a questo il finale aggiunge nuova linfa alla saga, la scoperta che tutto ciò che è successo in precedenza in fin dei conti era solo una naturale catena di eventi che serviva alle macchine per far funzionare il sistema rimette in discussione tutto ciò che è successo nel primo capitolo ovvero se Neo sia davvero il prescelto destinato a sconvolgere le sorti del conflitto oppure sia semplicemente una tappa del normale corso della storia. Borges diceva (più o meno) che dato un tempo infinito e infiniti mutamenti è impossibile non compiere tutte le cose, chiaramente dopo un’infinità di tempo in cui Neo ha sempre preso una stessa decisione era inevitabile che prima o poi scegliesse un’altra opzione. L’ultimo capitolo della saga è forse quello più fiacco ma riesce in qualche modo a concludere le cose, la guerra tra uomini e macchine termina come già detto in precedenza con un compromesso e l’happy ending in realtà è abbastanza amaro, oltre alle morti la terra rimane disastrata e non vede che una remota possibilità a tornare effettivamente abitabile.

Animatrix

A completare la visione dell’universo di Matrix ci sono gli Animatrix ovvero otto piacevoli episodi ad animazione digitale e a cartoni animati che hanno una varietà narrativa, visiva e di temi che rende ogni singolo racconto unico. Impossibile non citare Il secondo rinascimento in cui viene narrata la storia a partire da un prossimo futuro fino agli eventi che hanno portato le macchine al potere, è tutto girato come un falso documentario, gli episodi di violenza nei confronti delle macchine che ricordano stupri ed esecuzioni sommarie hanno un grande impatto e fanno provare compassione per queste. La crisi economica dovuta alla concorrenza delle macchine e la successiva guerra hanno una verosimiglianza che poche volte si sono viste in film distopici. La pazzia umana e la fredda logica delle macchine portano il pianeta ad appassire e alla perdita di ogni speranza. Il film si avvale anche di valide visioni come la morte a cavallo rappresentata come un androide, l’uomo al centro di una ruota da criceto e in ultimo la pietà provata da un programma del computer per un bambino innocente. Il titolo fa riferimento alla fioritura della consapevolezza e della vittoria delle macchine. L’inutile burocrazia suggellata prima di far scoppiare una bomba distruggendo l’ultimo baluardo del mondo libero umano è in fondo una rappresentazione di ciò sarebbe potuto succedere (o che può succedere ancora) in caso di guerre atomiche, un olocausto in cui l’importante è la forma.

L’episodio Beyond racconta di un bug nel programma di matrix che rende una casa “stregata”, qui non funzionano le normali leggi della fisica e tutto il cartone è un bellissimo racconto onirico, ognuno può leggerci quello che vuole l’uscita dall’infanzia, lo scontro del singolo con la dura realtà, la perdita dei sogni ecc. Il sangue suggella la fine del cartone (e il passaggio all’età adulta?).

Altrettanto validi World Record e Matriculated nel primo un campione di corsa riesce a percepire Matrixla riflessione è interessante poiché è vero che gli atleti hanno maggior consapevolezza del proprio corpo nello spazio. Nel secondo si tenta la via della convivenza con le macchine ma con poco successo, l’episodio si avvale di supporti visivi psicadelici che lo rendono interessante. Degli altri animatrix forse ne parlerò più avanti.

La conclusione che traggo da tutto ciò è che questo universo ha avuto molto da dire e che sarebbe stato stupido relegare tutto ad un solo singolo episodio, va detto anche che i fratelli Wachowski hanno negato ogni intenzione di voler continuare la saga in quanto esaurita e questo è indice di grande onestà intellettuale.

Standard
I Simpson

I Simpson S25 Ep10 – Married to the Blob

In questa puntata l’uomo dei fumetti accortosi che la sua vita è vuota cerca (e trova immediatamente) una ragazza che poi sposa, la ragazza è una giapponese disegnatrice di manga che accetta l’uomo per quello che è. Non credo che nessuno sentisse il bisogno di vedere il nerd maritato, la cosa oltre ad essere improbabile (non che nei simpson ci sia bisogno di un tale realismo) fa perdere all’uomo dei fumetti uno dei suoi difetti caratteristici e fa trasudare un’inutile voglia di happy ending per tutti. La puntata inoltre sembra semplicemente una scusante per omaggiare Miyazaki, svariati minuti sono dedicati a una riproposizione in chiave Simpson delle sue opere che tuttavia mancando dei disegni e della poesia del mangaka risultano abbastanza stucchevoli (sarebbe stato meglio dedicargli meno spazio). Nel complesso la puntata non ha praticamente nulla da salvare soprattutto se con occhio critico si evitano le strizzate d’occhio all’animazione orientale. Insufficiente.

Standard
cartoni, film

La collina dei conigli

da wikimedia commons

Nel 1972 Richard Adams pubblica La collina dei conigli, sei anni dopo ne viene tratto un omonimo film e di questo parlerò in questa sede poiché il libro (ahimè) non l’ho letto. Il film parla di un gruppo di conigli guidati da Moscardo che in seguito alla visione di morte avuta dal fratello Quintilio decide di scappare dalla conigliera in cui sono più o meno costretti a vivere. In ricerca di un nuovo posto dove insediarsi passano una serie di vicende drammatiche ma alla fine trovano una collina che decidono di colonizzare, in seguito dovranno rapire delle femmine per avere della prole e faranno guerra con una conigliera là vicino.

Il film è notevole, i disegni ben rappresentano l’ambiente campestre e la natura, allo stesso tempo la storia ci fa vivere in modo oppressivo e soffocante un ambiente così tranquillo come la campagna inglese. Bellissima anche la costruzione di una società di conigli con le loro tradizioni e la loro cultura (come ad esempio il coniglio nero della morte). Ben lontano dall’essere un cartone alla Walt Disney (contiene una certa quantità di violenza e scene forti) La collina dei conigli rimane in ogni caso un’opera di qualità fruibile sicuramente anche dai più piccoli ma magari non proprio piccolissimi. L’opera è originale ed unica nel suo genere. Ottimo.

Standard
I Simpson

I Simpson S25 Ep9 – Steal This Episode

In questo episodio la famiglia Simpson si trova alle prese con le leggi su copyright. Homer stufo di spendere una marea di soldi per portare tutta la famiglia al cinema decide di scaricare illegalmente i film e in seguito di proiettarli nel suo cortile a beneficio di tutta la cittadinanza, Marge presi dai suoi esagerati sensi di colpa spedisce quindi i soldi del biglietto non pagato alle major del cinema scatenando in questo modo una serie di eventi che porteranno Homer ad essere arrestato dall’FBI. Al processo il convenuto dirà di averlo fatto per amore suscitando la benevolenza di Hollywood che farà un film su di lui e riuscendo quindi a scamparla. L’episodio ha moltissime gag ben riuscite e i Judas Priest che cantanto copyright law invece che breakin’ the law sono la cigliegina sulla torta. Il cartone non dà un giudizio netto sulla pirateria ed è bello che ogni tanto che qualcuno in televisione faccia vedere le cose in questo modo invece delle solite pantomime che paragonano chi guarda un film pirata alla stregua di un rapinatore, scippatore ecc. Molto interessanti anche le analisi di lisa “Hollywood è una grande compagnia che ama fare i film su chi lotta contro le grandi compagnie” e “la pirateria e Hollywood hanno tutte due le loro nobili ragioni ma il loro scopo è fare più soldi possibili”, rivelando che insomma l’ipocrisia sta un po’ dappertutto. Eccellente.

Standard
anime, manga

Manga oggi e ieri

da wikimedia commons

Una breve premessa

Non sono un grande appassionato di manga e anime, parlando di fumetti ciò che apprezzo di più sono i fumetti europei e sudamericani, in ogni caso è impossibile per chi è nato dagli anni settanta in poi (Goldrake è stato trasmesso in Italia dal 1978) ignorare i cartoni animati giapponesi. Come per tutte le correnti artistiche ci sono alcune opere che vale la pena conoscere e tante altre opere minori che posso incontrare i gusti di chi è appassionato di queste correnti. I termini anime e manga si riferiscono rispettivamente ai cartoni animati e ai fumetti giapponesi, al di là di quello che alcun puristi possono dire questi termini non escludono gli altri, quindi in questo post userò entrambi.

Manga di oggi e di ieri

Non sono un esperto di storia degli anime e dei manga ma credo che più o meno negli anni novanta ci sia stato un cambiamento nella creazione di queste opere, non si parla di una cesura netta ma di una graduale trasformazione che portò l’industria e l’editoria giapponese a sacrificare il valore artistico della produzione in favore di un più remunerativo fanservice. Non a caso il World Masterpiece Theater trova la sua momentanea conclusione nel 1997 dopo comunque una graduale perdita di qualità delle sue opere. In generale i cartoni che eravamo abituati a guardare una volta principalmente prendevano spunto da grandi opere della letteratura occidentale (come nel caso di Heidi) oppure parlavano di sport e della dedizione e dello spirito di abnegazione con cui i protagonisti vi si dedicavano. Più avanti le grandi storie occidentali diverranno sempre più rarefatte e realizzate pessimamente e gli sport saranno sostituiti da competizioni in verranno usati oggetti replicati remunerativamente nel merchandising. Fare esempi è facile: Tommy, la stella dei Giants è del 1966 Mimì e la nazionale della pallavolo del 1969, Holly e Benji  del 1981, più tardi troviamo le Mini 4WD (di cui ho difficoltà a trovare riscontri in rete) cartone degli anni ottanta finalizzato al commercio di macchinine (non radiocomandate),  I Cavalieri dello zodiaco del 1985 che ha avuto un enorme successo a cui era legato un commercio di pupazzetti (piuttosto intelligente a pensarci, un adulto non avrebbe disdegnato regalare il proprio segno zodiacale ad un bambino per il compleanno), Beyblade vendeva trottole nel 1999 ecc. Chiaramente quando l’opera è di grande successo si diventa schiavi dei soldi che girano su questa sacrificando la produzione artistica, tralasciando gli altri due esempi il cui scopo già inizialmente era solamente quello di vendere qualcosa, I Cavalieri dello zodiaco diventano schiavi dello schema delle dodici case riproponendolo in tutte le salse, non a caso la prima parte è più libera è più interessante, poi quando si giunge alla saga di Nettuno o al filler di Asgard tutto sa già di troppo visto e personaggi e situazioni sono cloni delle precenti (il tizio che suona uno strumento, Sirio che si acceca ecc.). Per ragioni affettive mi è capitato nel corso degli anni di leggere una discreta quantità di manga (tra cui una diversa quantità di shojo – fumetti per ragazze), in alcuni di questi comparivano classifiche (giapponesi) dei personaggi più popolari, è probabile che se queste vengono fatte, personaggi a cui maggiormente il pubblico si affeziona difficilmente verrano sacrificati anche se un’esigenza artistica imporrebbe il contrario; in più tali personaggi, per via anche del target giovanile (parlo dei manga che ho letto io) a cui sono rivolti, sono spesso banali e triti, fotocopie di altri in altre serie. Alcuni manga che ho letto, ad esempio Le situazioni di Lui e Lei, che va detto però che è un’opera prima, non propone vere situazioni problematiche: ogni fraintendimento, ogni situazione che poteva aggiungere un po’ di pathos si risolve dopo poche pagine. Da un punto di vista grafico i manga sono diventati schiavi dei loro stessi stilemi, i personaggi vanno sempre fatti in un certo modo e tendono a perdere ogni riferimento realistico, leggere un shojo manga vorrà dire vedere solo uomini effeminati con il tronco triangolare e con l’addome a forma di tubo, le facce si potranno grossomodo distinguere tra maschio e femmina i cui unici tratti distintivi saranno solo i capelli, talvolta si avrà pure qualche difficoltà visto che può capitare che i personaggi si taglino i capelli per evidenziare un cambiamento interiore. Ovviamente questo è un discorso generale e qualche fumetto o cartone bello c’è pure ma va detto che la tendenza odierna è questa.

Le storie di ieri invece erano più slegate ad un fattore commerciale, mi spiego meglio: è vero che questi prodotti sono sempre stati fatti per essere venduti ma l’artista era più libero di esprimersi ed era meno dipendente da ciò che voleva il pubblico, il che era un bene. Si prenda ad esempio Heidi (comunque non un opera originale), in quest’opera la signorina Rottenmeier non si può vedere ma eliminandola solo perché impopolare farebbe perdere valore all’anime. In secondo luogo le storie avevano sì dei target ma erano fruibili da tutti, diversi adulti trovavano godibili cartoni visti dai bambini (almeno quelli tratti da opere occidentali). Allo stesso modo i disegni riflettevano questa libertà artistica che avevano gli autori. Non ancora schiava di stilemi così chiusi e autoreferenziali la grafica poteva sfociare in una grande varietà di soluzioni, L’Uomo Tigre ha dei disegni che visti adesso non sembrano nemmeno giapponesi e l’anime relativo fa uso di tratti la cui sensibilità e sintesi non trovano riscontro nella ricerca della pulizia grafica di tutti i cartoni successivi, il manga Nausicaä della Valle del Vento  di Miyazaki ha un disegno (e una storia) molto vicino ai fumetti di fantascienza occidentali degli anni settanta (Arzach di Moebius ad esempio), Akira di Otomo rispetta invece una pulizia del tratto tipicamente giapponese ma con una notevole sapienza e sensibilità nell’assegnare lo spessore alle linee usate, in più le facce sono molto orientali sebbene mantengano i tipici occhioni. Inoltre vorrei ricordare che opere con disegni kawaii (in italiano potremmo tradurlo con carineria o “pucciosità”) sono sempre esistiti ma non soffrivano di una banalizzazione come oggi. C’è da dire comunque che col tempo non rimangono più le cose brutte e che le cose che sono arrivate fino a noi dall’oriente è probabile siano solo le opere di successo e che ci siamo risparmiati grandi ciofeche che avranno pure venduto all’epoca. Ma il fatto che la libertà fosse maggiore e che si potesse esplorare più facilmente nuove soluzioni, quello è innegabile.

Standard
South Park

South Park contro photoshop S17 ep10 – The Hobbit

da wikimedia commons
Kim Kardashian la celebrità sputtanata che non compare in questo episodio.

A chiusura della diciasettesima stagione di South Park (purtroppo della durata di solo dieci episodi) troviamo l’episodio The Hobbit che ripropone una delle classiche strutture di questo cartone: c’è una questione morale di sottofondo e la sua risoluzione non fa altro che aggravare il problema data l’ottusità degli abitanti di South Park e più in generale della gente, in questo caso si parla di photoshop.

Tra le cheerleader della scuola vi è una ragazza grassa che nessuno vuole, nemmeno Butters, il motivo è semplice: oltre ad essere brutta il modello di paragone che deve affrontare sono le foto ritoccate al computer di Kim Kardashian. Una volta che la ragazza cicciona riesce a photoshoppare le proprie foto diventerà la ragazza più popolare della scuola, visto questo le altre ragazze decidono a loro volta di ricorrere al fotoritocco. Wendy non ci sta e tenta in tutti i modi denunciare l’abuso del fotoritocco ma viene tacciata di invidia, l’episodio si concluderà amaramente con Wendy che deve adeguarsi agli altri per non essere esclusa ed essere vista come hater. L’episodio è interessante in quanto sposta l’attenzione dai ragazzi alle vicende di Wendy (ogni tanto ci vuole) e ci mostra di quanto siamo influenzabili dalle immagini per quanto posticce possano essere, interessante notare che una volta tanto l’accento si sposta più in favore di ciò facciamo con le nostre immagini nei social network piuttosto che ciò che fanno le star (vero che si parla di Kim Kardashian ma è altrettanto vero che non si vede nemmeno una volta).

Standard
anime

Absolute terror field – un commento su Neon Genesis Evangelion

una cosplayer di Asuka

da wikimedia commons

Neon Genesis Evangelion è un anime giapponese che in soldoni parla di un gruppo di robottoni che deve difendere la terra, niente di nuovo quindi se non fosse che questo anime è del 1995 ed è tutto rivisitato in chiave moderna.

L’opera di per sè è godibile ed ha parecchi punti di forza: bei personaggi, bel design dei robottoni, stupenda concezione dei nemici ecc. ma ha anche delle grosse pecche che riguardano la storia.

Punti di forza

Ho amato quest’opera: è emozionante vedere questi robottoni giganti come una casa che per poter sparare causano un blackout a mezzo Giappone o che scollegati al cavo di alimentazione hanno del tempo limitato (nell’ordine dei secondi credo) per agire, è emozionante poi scoprire che son fatti di carne. Ci sono pure gli stilemi tipici delle opere giapponesi (orfani, adolescenti super dotati e bla bla) che non danno assolutamente fastidio anzi sono proprio uno dei motivi per cui uno si guarda i cartoni giapponesi. Superbi sono i villain: oltre ai classici mostri antropomorfi delle stesse ci sono un ottaedro, una spirale di energia, un satellite nello spazio, un virus del computer. Bello tutto quanto ma proprio per questo i difetti sono terribilmente frustranti perché?

Difetti

I manga e gli anime giapponesi a differenza dei fumetti o cartoni americani o europei finiscono, hanno un inizio, uno svolgimento ed una fine invece l’uomo ragno o dylan dog ad esempio non finiscono e sono sempre più o meno uguali dal primo all’ultimo albo. Il fatto che le opere giapponesi si concludano ha dei grandi pregi: un numero di situazioni limitate in cui usare i personaggi (e quindi non un abuso degli stessi) ed una storia solida; allo stesso tempo però se sfruttati male questi stessi pregi possono diventare difetti. In questo caso sembra che gli autori dell’anime non sapevano bene dove andare a parare, hanno tirato su una storia di tradimenti e sotterfugi che poi non sapevano concludere. Quando l’anime finisce, per altri motivi (ma io credo anche per questo) gli ultimi due episodi (o erano quattro?) della serie di Evangelion sono una brodaglia di inutili riflessioni dei protagonisti che parlano in prima persona. Alcuni hanno apprezzato questo finale “filosofico” personalmente a me ha annoiato a morte e l’ho trovato una scappatoia per non risolvere i punti lasciati in sospeso, un po’ come un bambino che dice “ho un segreto ma non te lo posso dire…”, solletica la curiosità ma è poco onesto con il prossimo specialmente se quel segreto è una sonora boiata.

The End of Evangelion, film uscito al cinema nel 1997 che si propone di risolvere in qualche modo i punti lasciati in sospeso e placare al tempo stesso le proteste dei fan, conferma in parte quello che ho detto. Più o meno tutte le fazioni (chi segretamente e chi palesemente) avevano come obiettivo l’unione degli angeli con Adam e trasformare tutti in brodo primordiale (vabbè) e quindi a pensarci tutti quanti si sono ammazzati per niente ed hanno speso un sacco di tempo e soldi per creare degli Eva che servivano solo a rallentare i loro scopi. Da piacevole cartone di fantascienza si trasforma quindi in un’orribile ed irritante puttanata mistica senza senso e con troppe pretese, peccato.

Standard